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Amnesia dissociativa

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L’amnesia dissociativa e l’incubo di dimenticare i bimbi in auto

E’da poco entrata in vigore questa tanto chiacchierata legge sui seggiolini anti abbandono, infatti dal 7 novembre 2019 scatta l’obbligo di acquistare i seggiolini appositi oppure i kit anti abbandono da applicare ai seggiolini già acquistati.

Questa legge purtroppo è stata discussa e approvata dopo i tanti episodi accaduti, con bimbi dimenticati nell’auto sotto il sole o al freddo per ore dai genitori senza alcuna volontarietà, ma appunto a causa, spesso, di amnesia dissociativa.

un vuoto di memoria momentaneo che sconnette le funzioni della coscienza dalla memoria, un’amnesia temporanea che ci fa dimenticare totalmente alcune cose per un certo periodo di tempo.

Vediamo ora di provare a capirne qualcosa di più approfondendo i seguenti argomenti:


I disturbi dissociativi

La caratteristica dei disturbi dissociativi è che provocano una discontinuità di memoria e di identità e scollegano temporaneamente la nostra coscienza.

Tra i disturbi dissociativi troviamo:

  • l’amnesia dissociativa
  • Il disturbo dissociativo di personalità
  • Il disturbo di depersonalizzazione
  • Il disturbo dissociativo non specificato

Nel manuale diagnostico DSM-5, tali disturbi sono in relazione con i disturbi da trauma, ed infatti spesso accade che questa sindrome dissociativa compaia in seguito ad un trauma psicologico.
Anche la stessa nascita di un figlio può essere vissuta come un trauma, in quanto potenzialmente cambia tutta la tua vita ed il modo di vivere.


Che cos’è l’amnesia dissociativa?

Partiamo quindi dal presupposto che l’amnesia dissociativa è una patologia, ed è un disturbo dissociativo.
Si presenta improvvisamente con episodi di totale vuoto di memoria temporanei, cioè ci si dimentica di episodi o accadimenti, e di solito sono appunto i traumi scatenanti, come la nascita di un figlio.

Se dimentico di avere un figlio, tutto quello che purtroppo può avvenire è di conseguenza

Quando ci si rende conto di avere questa patologia i sintomi portano a problemi e disagi a livello lavorativo e sociale/familiare.

Purtroppo però è altrettanto vero che chi soffre di amnesia dissociativa o perdita momentanea di memoria non si rende conto di esserne affetto.
Semplicemente non ricordano di non ricordare…

Infatti molti soggetti affetti dall’amnesia dissociativa non capiscono alcuni fatti avvenuti con loro protagonisti se non quando qualcun altro gli mette davanti delle prove inconfutabili che non possono controbattere.


Come si presenta l’amnesia dissociativa?

In primis, a differenza di una perdita di memoria permanente, le informazioni “non ricordate” non sono andate perse, possono benissimo tornare in mente da un momento all’altro, e la caratteristica è che riguardano sempre informazioni della sfera autobiografica, cioè fatti importanti della PROPRIA vita.


Ci sono 5 tipi di amnesia dissociativa:

  • Amnesia Selettiva
    Quando un soggetto ricorda un certo periodo di tempo solo a frammenti.
  • Amnesia Generalizzata
    E’ una perdita di memoria, come dice il nome, generalizzata, cioè ci si dimentica interi pezzi di vita vissuta.
  • Amnesia Localizzata
    Con questo tipo di amnesia non si riesce a ricordare per intero un evento in un dato periodo.Può essere ad esempio il caso di un incidente.
  • Amnesia Continua
    Non ci si ricorda nulla da una certa data.
  • Amnesia Sistematica
    Non si ricorda un dato tipo di informazioni della nostra vita, ad esempio non ci si ricorda nulla dei compagni di classe delle medie inferiori.

Correlata alla sindrome dissociativa vi è la fuga dissociativa, cioè quando un soggetto sparisce di casa per ore e/o giorni senza dare notizie di se perché in realtà è lui a non ricordarsi nulla di se, entra in stato confusionale perdendo la propria identità.

A volte accade che questi soggetti in fuga si risveglino all’improvviso da questa amnesia trovandosi a loro volta confusi e spaesati.


Amnesia dissociativa, cause

Come accennavo prima alla base di un amnesia dissociativa vi possono essere traumi recenti o passati, alto livello di stress, incidenti, abusi subiti.
Poi, se queste queste esperienze sono multiple, cioè un soggetto ne vive più di una, anche contemporaneamente, allora la possibilità di cadere in questa patologia può essere più alta.

Al tempo stesso, se si riesce ad eliminare la componente traumatica alla base del disturbo dissociativo, allora può accadere che la memoria si ricomponga come un puzzle che ritrova i pezzi dopo anni.


Amnesia dissociativa, cura

Il primo consiglio da dare in questi casi è sempre quello di affidarsi ad uno psicologo psicoterapeuta, perché attraverso la psicoterapia punta a risolvere il conflitto interiore alla base dell’amnesia dissociativa.
Spesso la terapia usata è la terapia cognitivo-comportamentale.

Questa terapia è usata sopratutto per modificare gli schemi di pensiero disfunzionali, spesso a livello inconscio, basati sui traumi subiti, ed è atta a gestire meglio l’ansia che tali traumi innescano.

La terapia cognitiva, quando si tratta di problemi derivanti da disturbi dissociativi si presta ad essere divisa in tre distinte fasi.

  • Fase 1: la stabilizzazione del presente

Si lavora sulla tranquillità e sicurezza del paziente, si cerca di aiutarlo a controllare i sintomi della patologia dissociativa e a tollerare meglio lo stress.
A volte la biblioterapia affianca la terapia cognitiva nel percorso, consigliando alcuni libri che aiutino a metabolizzare certi concetti ed emozioni.

  • Fase 2: l’elaborazione del passato

Si comincia a scavare nel passato, ad elaborare quegli episodi traumatici che possono aver indotto l’amnesia dissociativa. In questa fase è importante fare anche da supporto psicologico, perché scavando nel passato non riemergono solo taluni ricordi ma con loro riemerge anche il dolore e/o la paura.

Dal supporto poi si passa al trovare il giusto approccio per permettere al paziente di comprendere meglio gli avvenimenti, metabolizzarli, farli propri nel bene e nel male, e qui interviene la ristrutturazione cognitiva che punta a trasformare i pensieri negativi trovando delle risposte coerenti.

  • Fase 3: L’esperienza…futura

Con questi nuovi schemi di pensiero si fa in modo che il soggetto acquisti consapevolezza di se, della sua storia e delle sue esperienze passate, cercando di non perdere più energie nel combattere il passato ma convogliandole nel desiderio di vivere meglio esperienze future.


Disturbi dissociativi, se la memoria non torna

A volte capita che durante un trattamento di psicoterapia il soggetto non riesca a ricordare l’accaduto e/o non ricordi eventuali traumi che possano indurlo ad avere amnesie.
In tal caso si ricorre a delle tecniche di recupero della memoria, e tra questi metodi troviamo l’ipnosi.

Tramite l’ipnosi si porta il paziente a diminuire notevolmente l’ansia associata al trauma, per poter così abbattere il muro difensivo eretto a difesa della memoria dalla mente del paziente stesso.
Ovviamente il tutto va fatto con estrema cautela e precauzione, senza insistere troppo violentemente, altrimenti si rischia di creare ansia su ansia.

Va tenuto conto che questa tecnica non è di assoluta precisione, e richiede sempre delle conferme oltre che dal paziente stesso anche da eventuali amici e/o parenti a conoscenza di almeno parte dei fatti.


Amnesia dissociativa, facciamo prevenzione

Cosa può portarci a dimenticare un figlio in automobile?
Oltre ai traumi di cui ho scritto poche righe sopra, un altro fattore incidente è sicuramente un livello di stress esagerato.

Ricordiamo che lo stress ognuno lo vive in maniera diversa, e diversamente affronta talune situazioni.
Per qualcuno superare certe difficoltà è semplice, per altri è una montagna da superare, onde per cui la resilienza allo stress è soggettiva, caso per caso.

Per prevenire un disturbo patologico come l’amnesia dissociativa è opportuno prestare attenzione a certi segnali, come ad esempio il riposo notturno disturbato, il nervosismo eccessivo, stanchezza cronica, la difficoltà a ricordare alcune cose.

Stiamo sempre all’erta quindi, sia su noi stessi che sui nostri cari.

Alla prossima,
Lo Psicologo veneto.

Biblioterapia

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La biblioterapia , curarsi con i libri

Negli ultimi anni è arrivato anche in Italia un nuovo tipo di metodo terapeutico o comunque coadiuvante nella psicoterapia, la biblioterapia.
Questo tipo di approccio arriva dal mondo anglosassone dove già da molti anni è in uso in ambito psicoterapeutico all’interno di terapie per depressione e ansia.
Dopo aver fatto un quadro psicologico del paziente, il psicoterapeuta può decidere di prescrivere la lettura di un libro individuato appositamente per il caso specifico, questo per aiutare il paziente stesso ad affrontare con più consapevolezza il problema che lo affligge.
Il libro diventa quindi un tramite, un collegamento esterno tra terapeuta e paziente.


Biblioterapia, cos’è?

la Biblioterapia è quindi una terapia, un “curarsi leggendo”, questo perché la lettura è conoscenza, cultura, cibo per lo spirito.
La lettura diventa uno strumento di auto cura perché acquisendo conoscenza sul proprio stato il paziente assume consapevolezza del proprio disagio.

Leggere il libro giusto al momento giusto migliora le capacità cognitive e comportamentali dell’individuo, lo aiuta a comprendere la propria situazione e ad affrontarla, può aumentare l’autostima del paziente, essenziale per uscire da alcuni stati depressivi.
Questo strumento, la biblioterapia può quindi essere usato anche in terapia cognitivo comportamentale come coadiuvante della terapia stessa.

Se pensiamo alla nostra infanzia, o semplicemente guardiamo i nostri figli, quanti libri abbiamo letto loro da piccoli? E quanti ne hanno letti quando hanno finalmente imparato a leggere?
Curiosità, voglia di imparare, ma anche emozioni da gestire, paura, gioia, ilarità, in poche parole, crescita cognitiva.
I libri e la lettura, come sono fondamentali per i più piccini, lo possono essere anche per noi adulti, basta saper trovare il libro giusto.


Biblioterapia, un po’ di storia

Se pensiamo alla biblioterapia come metodo terapico vero e proprio non dobbiamo andare molto indietro negli anni, ma se pensiamo alla lettura come cibo per l’anima allora si può arrivare addirittura ad Aristotele.

Egli infatti aveva affrontato il concetto di catarsi, quel fenomeno di immedesimazione che consente al lettore di “entrare nella storia”, vivendo così le emozioni dei personaggi come se fossero proprie. In tal modo l’esperienza narrata diventa quasi una nostra esperienza personale.

Arrivando quasi ai giorni nostri, la vera e propria nascita di una teoria sulla biblioterapia avviene negli anni ’30 del secolo scorso, con lo psichiatra William Menninger, il quale prescriveva ai suoi pazienti la lettura di alcuni libri a tema.
In Italia invece la biblioterapia è arrivata solo negli ultimi anni, uno dei motivi può risalire al fatto che l’alfabetizzazione generale è migliorata solo dal dopoguerra a oggi.

In Inghilterra, la biblioterapia, o Book therapy, è riconosciuta dal servizio sanitario nazionale per curare disturbi da stress, ed in alcuni ospedali è stato incentivata l’apertura di biblioteche.
Nel 2008, presso l’università di Aberystwyth, è stato fatto uno studio che evidenzia come la biblioterapia sia efficace per alcuni disturbi come ansia, stress e depressione, ed in particolar modo se inserita all’interno di un psicoterapia.


A chi può servire la biblioterapia

La biblioterapia può oggi essere divisa in due tronconi:

  • Lettura di libri come fonte di crescita psicologica personale e come coadiuvante della psicoterapia.
  • Lettura di libri “leggeri” come romanzi, racconti, ecc. come aiuto nella crescita cognitiva ed emozionale, una sorta di auto terapia.

La biblioterapia non ha età, può essere applicata a bambini e adulti indifferentemente, così come non ha luoghi, siano esse strutture come ospedali o case di riposo o scuole e biblioteche.
La lettura aiuta chiunque a migliorare la socializzazione e la sfera cognitiva, in quanto leggere libri migliora la nostra cultura, apre la nostra mente verso nuovi e diversi orizzonti ed emozioni, e la cultura migliora il nostro interagire con gli altri.

A volte capita che la biblioterapia abbia l’effetto di sviluppare l’amore per la lettura in chi fino ad allora non ce l’aveva mai avuto, perché trova appunto nella lettura conforto ed aiuta per gestire le proprie emozioni.

Non dimentichiamo poi che la lettura di un buon libro può aiutarci a sentirci meno soli, un libro fa anche compagnia se la lettura è interessante ed immersiva, se ci lasciamo coinvolgere ed entriamo con passione nella storia raccontata, vera o romanzata che sia.
Motivo per cui la biblioterapia può essere usata anche per combattere alcuni tipi specifici di depressione, come ad esempio la depressione da solitudine.


Chi è il biblioterapeuta?

Il biblioterapeuta, quando questa metodologia viene applicata in psicoterapia, è uno psicoterapeuta che abbia fatto un percorso adeguato per poter gestire correttamente una terapia con la lettura di libri.

Saper proporre un libro non è sufficiente, bisogna anche saper analizzare nel profondo la psiche del paziente e pensieri ed emozioni che tal lettura possono far scaturire in esso.

In Italia, esiste dal 2015 S.I.B i.L.L.A., scuola di biblioterapia fondata dalla psicologa Rosa Mininno, prima scuola di formazione di tal genere in Italia.


Biblioterapia, che libri scegliere?

In caso di depressione o ansia per seguire una terapia a base di letture bisogna affidarsi ad uno psicoterapeuta che dopo aver conosciuto il quadro clinico può decidere quali libri sono adatti, ma più in generale, per una “libroterapia” leggera, posso consigliare la lettura di romanzi.

Perché leggere romanzi fa bene?
Semplice, il romanzo implica un coinvolgimento emozionale unico, ci si immedesima nel protagonista, si vivono insieme a lui le stesse avventure, leggendo romanzi…si fanno esperienze.
Sono esperienza virtuali, non vissute veramente, ma emozionalmente parlando fanno parte di noi, ci hanno scosso dentro, ci migliorano come persone.

Insomma, biblioterapia o meno, leggere fa bene, sempre.

Alla prossima,
Lo psicologo veneto

Disturbi specifici dell’apprendimento

Disturbi-specifici-apprendimento

Il disturbo specifico dell’apprendimento, come riconoscerlo, cosa fare?

Il DSA, disturbo specifico dell’apprendimento, è un disturbo che compare in età scolastica ed ha appunto la caratteristica di mostrare da parte del bambino difficoltà nell’apprendere ed il rendimento scolastico non è al pari dei coetanei.

Nel DSM-5 questo disturbo è classificato come disturbo del neuro sviluppo e può essere diagnosticato solo se si presenta per almeno sei mesi.

Il disturbo specifico dell’apprendimento si manifesta sia nella lettura che nella scrittura e nel calcolo matematico, ed è proprio questa specificità che rende questo disturbo di difficile diagnosi iniziale, in quanto il bambino presenta un normalissimo quoziente intellettivo ed un quadro familiare e neurologico normale.

Il DSA quindi non è un problema intellettivo ma è un problema neurologico che causa un disturbo cognitivo, cioè che le informazioni ricevute non sono poi correttamente capite ed elaborate.

Vediamo nel dettaglio di cosa tratta l’articolo:


Disturbi specifici dell’apprendimento come riconoscerli

Quante volte avete sentito la frase “è intelligente, ma non si applica”?
Spesso vero? magari rivolta a voi stessi nella vostra infanzia.

Il bambino con DSA in realtà non è che non si applica ma ha difficoltà di apprendimento, ed il fatto di non riuscire nonostante gli sforzi crea nel bambino disagio e calo dell’autostima, motivo per cui una diagnosi precoce è molto importante.
Da non confondere assolutamente i disturbi specifici dell’apprendimento con altri disturbi dell’infanzia, come ad esempio il disturbo da deficit di attenzione

Tra i sintomi dei disturbi dell’apprendimento e caratteristiche tipiche troviamo:

  • I bambini con DSA si distraggono facilmente, fanno fatica a concentrarsi su una cosa
  • Percezione visiva e/o motoria difficoltosa, ecco perché sembrano “distratti o lontani”
  • Elaborazione linguistica difficoltosa, pensa che siano gli altri troppo veloci
  • Difficoltà nel leggere e quindi capire ed interpretare un testo, confonde le lettere p,d,b,q
  • Difficoltà nel “raccontare.
    Un bambino con DSA fatica a svolgere due processi cognitivi contemporaneamente, cioè ricordare una cosa e raccontarla.

I disturbi specifici dell’apprendimento riguardano tre aree:

  • Disturbi della lettura
  • Disturbi della scrittura
  • Disturbi del calcolo

Vediamo ora nel dettaglio di cosa si tratta


Disturbo della lettura: Dislessia

Che cos’è la dislessia?

La dislessia fa parte dei DSA e consiste nella difficoltà nel leggere in maniera fluida.
Un bambino dislessico riesce a leggere, ma con sforzo enorme e questo porta a perdersi durante la lettura e fare errori.

La dislessia non va confusa con problemi sensoriali o deficit intellettivi e spesso va a braccetto con disortografia e disgrafia, problemi inerenti la scrittura.
Ancora oggi fare una diagnosi di dislessia è difficoltoso ma si calcola che in Italia sia un problema che tocca circa il 4% degli scolari di elementari e medie.


Come vede un dislessico?

Dan Britton, designer dislessico, ha voluto disegnare un font che riproduca non tanto come vede un dislessico, ma la difficoltà che prova un dislessico nel leggere.

A 18 anni, al liceo, andava bene solo in materie come disegno e scienze, ma quando gli fu diagnosticata la dislessia si capì che non era a causa di uno scarso quoziente intellettivo, bensì perché leggeva e scriveva come un bambino di 10 anni.

Ecco quindi le lettere da lui disegnate:

Dan-Britton-Font-Dislessia
Dan Britton, il font per far capire le difficoltà di un dislessico


Disturbi della scrittura

Disgrafia

Cos’è la disgrafia?

La disgrafia è una difficoltà di riprodurre segni alfanumerici, legata a problemi motori che impediscono al bambino di rendere automatici i movimenti per scrivere.

Riguarda quindi la grafo motoria, il bambino fatica ad impugnare correttamente la penna, non percepisce correttamente lo spazio dei fogli, alterna lettere grandi a lettere piccole, rendendo così la scrittura di difficile comprensione.


Disortografia

Cos’è la disortografia?

La disortografia, non è un problema “meccanico” come nel caso della disgrafia, ma è un disturbo legato all’ortografia, presentando difficoltà nel tradurre i suoni, le frasi ascoltate, in parole scritte.

La Disortografia è uno dei disturbi specifici dell’apprendimento che riguarda la componente costruttiva della scrittura, legata quindi agli aspetti linguistici, e consiste nella difficoltà di scrivere in modo corretto da un punto di vista ortografico.

Il bambino disortografico presenta una difficoltà nell’applicare le regole di conversione dal suono alla parola scritta e quindi a riconoscere i suoni che compongono la parola, a individuare le regolarità o irregolarità ortografiche e a individuare il corretto ordine con cui questi elementi si compongono.

In pratica, un bambino disortografico salta le lettere, sbaglia le doppie, gli accenti e la punteggiatura.

Purtroppo l’era del digitale, di internet, dei social media e dei linguaggi usati in questi ambiti (pensiamo ad esempio alla parola “perché” sostituita con “xché”, o la parola “che” sostituita da “Ke”) ha fatto si che la percentuale di ragazzi disortografici sia in aumento, si parla addirittura di stime verso l’8% di bambini e ragazzi in età scolare.


Disturbi del calcolo: la Discalculia

Cos’è la discalculia?

La discalculia è la difficoltà nell’usare i numeri nelle operazioni di calcolo, e un bambino discalculico (che brutta parola) ha prestazioni scolastiche nell’ambito aritmetico sotto il livello medio rispetto alla classe frequentata.

Un bambino con problemi di discalculia fa fatica a posizionare correttamente i numeri a compararli, ad associare un numero ad una quantità, a usare le tabelline.

Molto spesso la discalculia si manifesta insieme alla dislessia, ed è un disturbo che nulla ha a che fare con lesioni neurologiche o componenti genetiche, come potrebbe essere per la sindrome di Asperger.

La discalculia si suddivide in :

  • Discalculia primaria: Disturbo delle abilità aritmetiche e con i numeri.
  • Discalculia secondaria: Si associa alla dislessia

Alcuni problemi tipici di un bambino con discalculia:

  • Difficoltà a scrivere numeri quando dettati
  • Difficoltà nelle progressioni numeriche, ascendenti e discendenti
  • Problemi nell’associare un numero ad una quantità
  • Difficoltà nel capire e risolvere i dati di un problema
  • Problemi con le tabelline
  • problemi nello scomporre un numero in decine e unità
  • problemi nella coordinazione dei movimenti


Discalculia, cosa fare?

Alcuni consigli per aiutare un bambino con discalculia possono essere:

  • aiutarli attraverso l’uso della mani, con materiali manipolabili (plastilina) per chiarire meglio i concetti di base.
  • Spiegare i concetti con parole il più semplice possibile, e lentamente.
  • Far fare molta pratica
  • Usare giochi semplici per coinvolgere


Disturbi specifici dell’apprendimento, quali terapie?

Quando si prova un trattamento per i DSA, bisogna non solo intervenire nel singolo disturbo, ma bisogna occuparsi anche della sfera relazionale del bambino, della sua emotività, della sua fragilità psicologica, perché trovarsi ad essere “diversi” dai tuoi compagni può essere traumatico e pesare sull’autostima di un bambino.

Questo significa che oltre ad avvalersi di personale specializzato nel trattamento di un disturbo dell’apprendimento, è utile affiancare anche una terapia cognitivo comportamentale o un sostegno psicologico per prevenire o trattare eventuali disagi vissuti dal bambino.

La diagnosi deve essere fatta solitamente entro i 7 anni di età per intervenire per tempo con metodi educativi appropriati ed adeguati alle esigenze del bambino, e deve essere fatta da personale qualificato attraverso dei test specifici.

Alla prossima,
Lo Psicologo veneto