Disturbo di depersonalizzazione e derealizzazione

Disturbo di depersonalizzazione e derealizzazione

Disturbo di depersonalizzazione e derealizzazione

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Quadro sintomatologico del disturbo di depersonalizzazione e derealizzazione

Il DDD, ovvero Disturbo di Depersonalizzazione e Derealizzazione fa parte dei disturbi dissociativi, così come l’amnesia dissociativa e il disturbo dissociativo di personalità, come confermato anche dal manuale DSM-5.
Questo disturbo consiste in uno stato di alterazione della consapevolezza di se, come una specie di separazione tra l’io interiore e l’io corporeo o dall’ambiente che ci circonda.

Sommario dell’articolo:


Questo tipo di patologia psicologica non è ben chiara al soggetto e spesso anche ai medici psicologi si presenta con altre problematiche, come se fosse un altro tipo di disturbo, in alcuni casi si arriva ad usare la cura per la depressione.

Inoltre ci si mette di mezzo lo stesso paziente, che sentendosi separato dal proprio io non rende facile la diagnosi.
Infatti il comportamento di questi soggetti non è così anormale, non mostra segni distintivi che possano far riferimento al disturbo di di depersonalizzazione e derealizzazione.

Per quel che riguarda la sintomatologia, bisogna fare riferimento a quelli che vengono chiamati sintomi dissociativi di distacco, cioè che riguardano l’alienazione, il distacco dalle proprie emozioni e dal proprio essere se stessi.


Derealizzazione e depersonalizzazione, sintomi dissociativi di distacco

I sintomi dissociativi di distacco sono tutti connessi al fatto di sentirsi estranei al proprio io, alle proprie emozioni e anche all’identità personale e dall’ambiente che ci circonda.
Si tratta dell’alterazione di quel che viene chiamata coscienza fenomenica la quale è frutto di emozioni e sentimenti ed è per quello che ha maggior impatto traumatico sulla psiche.

Questi sintomi dissociativi portano sensazioni di forte disturbo psicologico, sembra di essere fuori dal nostro corpo, di osservare esternamente un noi che però non ci appartiene, e ci da una sensazione di stordimento, sia fisico che mentale.

solitamente questo stordimento non è angosciante, è una sensazione che ci fa sentire esterni alle emozioni, fa si che non ci lasciamo coinvolgere dal punto di vista emotivo, però a volte può accadere che la sua entità sia molto più accentuata, e allora può diventare insopportabile e distruttiva.

Depersonalizzazione sintomi:
Nei sintomi di depersonalizzazione può succedere che un soggetto viva delle situazioni anche forti senza sentire veramente emozioni, cioè, le prova ma non le sente sue, oppure fa pensieri che non riconosce come suoi e può arrivare anche a non riconoscersi come persona davanti ad uno specchio.

Derealizzazione sintomi:
In caso di derealizzazione, invece, i sintomi classici sono sensazioni di alienazione, cioè ci si sente estranei nel proprio mondo, quello che viviamo ci sembra irreale, il tempo non scorre come dovrebbe, tutto ci appare distorto e strano, i rumori possono sembrare ovattati o distorti, o amplificati a dismisura.
Insomma, sembra di vivere in un film, ci sentiamo come se avessimo assunto sostanze stupefacenti.


Disturbi di depersonalizzazione e derealizzazione, diagnosi

Quando si può parlare di disturbo e non di una disfunzione temporanea? Quando si può dire che un soggetto soffra di DDD?
Dico questo perché può capitare di avere lo stesso tipo di sintomi anche senza essere affetti da questo disturbo dissociativo.

Può succedere ad esempio che un forte trauma, un lutto, una cattiva notizia, l’assistere ad un evento tragico, possano portare ad una momentanea forma dissociativa a causa dello shock.

In questi casi ci si può sentire confusi, fuori dal mondo, estranei a noi stessi, ma sono reazioni fisiologiche a tragici eventi, al livello di ansia e stress improvvisamente impennati a livelli oltre soglia di sopportazione.

Non si può parlare quindi di disturbi di depersonalizzazione e derealizzazione ma di semplici reazioni, anche se forti, ad un evento traumatico.

Il DDD invece si manifesta quando questi sintomi non hanno tale natura o, nel caso, hanno una durata che va oltre il normale.

Possono esserne causa e quindi fonte di diagnosi, traumi duraturi, soprattutto in età infantile, ad esempio nel caso di abusi o abbandono.

Il criterio fondamentale resta quindi la durata di questi episodi dissociativi, se dopo poco tempo spariscono, non é DDD, in caso contrario bisogna fare tutti gli opportuni accertamenti.

In ogni caso, i soggetti con disturbo di derealizzazione e depersonalizzazione son quasi sempre consapevoli di avere una
visione distorta della realtà e di quello che provano, si rendono conto di non vivere un film ma di di avere un problema da curare, ma al tempo stesso se i sintomi sono troppo intensi c’è il rischio che la persona si perdi alla ricerca di se stessa portando la mente a vagare e innescando reazioni forti, come ad esempio attacchi di panico e ansia.


Terapia del disturbo di depersonalizzazione e derealizzazione

Questi disturbi si possono affrontare in due modi:

  • Trattamento farmacologico, con antidepressivi e ansiolitici, ma solo per trattare i sintomi, non per curare il disturbo, in quanto non vi sono evidenze scientifiche di un farmaco che possa trattare il disturbo di depersonalizzazione e derealizzazione.
  • Psicoterapia


Per quel che concerne la psicoterapia vi sono diverse tecniche che possono risultare efficaci a seconda del paziente che ci si trova di fonte e quanto grave è il problema.

Tra i vari tipi di psicoterapia troviamo la psicoterapia cognitivo comportamentale.
Le tecniche di terapia cognitiva aiutano il soggetto a identificare e fermare i pensieri che lo portano a pensare di essere fuori dalla realtà e distogliendo la mente da questi pensieri sia aiuta il paziente a stare più collegato a se stesso, sentirsi più reale in un mondo altrettanto reale.

Un altra delle tecniche di psicoterapia più diffuse per curare un DDD è la terapia cosi detta a fasi:

  • Nella prima fase si cerca di ridurre i sintomi, si aiuta il paziente a sopportare le emozioni e la sensazione di estraneità.
  • Nella seconda fase si cerca di trattare i residui di traumi rimasti “in memoria” del paziente, trattando di conseguenza le emozioni associate a questi forti traumi. Questo fa si che il soggetto prenda meglio coscienza dell’accaduto e impari a gestire le emozioni.
  • Infine, la terza fase, che serve a superare le paure della quotidianità, aiuta il paziente a stabilire relazioni migliori e durature con gli altri.

Alla prossima,
Lo Psicologo veneto.

Psicologo veneto